
discografia
| Cabretta (come Mink DeVille) | 1977 | Album d’esordio tra i più celebri del movimento punk/new wave di New York, fonde rock’n’roll, R&B e ritmi latini (include “Spanish Stroll”). |
| Return to Magenta (come Mink DeVille) | 1978 | Segue la scia del debutto mantenendo forti sonorità rock-soul di strada e ballate romantiche urbane. |
| Le Chat Bleu (come Mink DeVille) | 1980 | Registrato a Parigi, introduce atmosfere francesi e fisarmoniche nel loro rock latino (contiene la celebre “Demasiado Corazón”). |
| Coup de Grâce (come Mink DeVille) | 1981 | Un mix raffinato di rock and roll, blues e ritmi caraibici con influenze soul e salsa. |
| Where Angels Fear to Tread (come Mink DeVille) | 1983 | Esplora sonorità soul e pop d’autore con la produzione di Howard e Ronald Albert. |
| Sportin’ Life (come Mink DeVille) | 1985 | L’ultimo album accreditato ai Mink DeVille, caratterizzato da arrangiamenti e produzioni più moderne e synth-pop anni ’80. |
| Miracle | 1987 | Il primo vero album solista, prodotto da Mark Knopfler dei Dire Straits; include il brano “Storybook Love” (dalla colonna sonora de La storia fantastica). |
| Victory Mixture | 1990 | Un appassionato tributo ai classici del soul e del R&B di New Orleans, registrato insieme a leggende della musica locale. |
| Backstreets of Desire | 1992 | Grande successo internazionale ed europeo, celebre per la sua reinterpretazione mariachi/rock del classico “Hey Joe”. |
| Loup Garou | 1995 | Album atmosferico e profondo intriso di radici native americane, voodoo di New Orleans e blues del Delta. |
| Horse of a Different Color | 1999 | Eclettica esplorazione radicata nel roots rock, che spazia dal blues rurale al mariachi fino al gospel. |
| Crow Jane Alley | 2004 | Dedicato al produttore e amico Jack Nitzsche, fonde street-soul, chicano rock e malinconiche ballate d’autore. |
| Pistola | 2008 | L’ultimo album in studio prima della sua scomparsa; un intenso e maturo testamento musicale tra blues, rock e folk urbano. |
Willy DeVille non è mai stato un artista qualsiasi. Chi lo ha ascoltato, chi lo ha visto sul palco con il suo look inconfondibile – giacche eleganti, gilet, capelli neri tirati all’indietro, un sorriso che mescolava fascino e malinconia – sa bene di aver incontrato una figura unica nel panorama musicale mondiale.
Era il poeta dei vinti, il dandy metropolitano che cantava storie di amore disperato, di strade polverose e notti illuminate da neon, mescolando rock, soul, rhythm & blues, e quel tocco latino che lo rese diverso da tutti.
Mentre il punk incendiava le strade di New York negli anni ’70, lui suonava al CBGB non per urlare rabbia, ma per cantare la poesia delle periferie, dei cuori spezzati, dei gangster dal cuore tenero. Willy DeVille non apparteneva a una moda: era uno stile di vita, un personaggio, un universo sonoro a sé stante.
Il suo vero nome era William Paul Borsey Jr., nato il 25 agosto 1950 a Stamford, Connecticut. Figlio di origini miste – con radici francesi, irlandesi e possibili tracce native americane – cresce in un ambiente dove la musica è un rifugio. Sin da ragazzino, Billy (così lo chiamavano allora) è attratto dai suoni caldi e sensuali del doo-wop, dalle ballate soul e dal rock’n’roll anni Cinquanta.
Negli anni dell’adolescenza ascolta artisti come Ben E. King, The Drifters, Howlin’ Wolf, ma anche Elvis Presley e Bob Dylan. È un miscuglio di influenze che diventerà la base del suo stile inimitabile. La sua voce – profonda, calda, intrisa di malinconia – sembra nata per raccontare storie di amori impossibili e strade bagnate dalla pioggia.
Nel tardo anni ’60, Borsay lascia il Connecticut per inseguire la sua passione. Si trasferisce a San Francisco, dove suona in band locali, cercando di trovare la sua strada nel panorama musicale. È qui che nasce l’embrione di ciò che diventerà Mink DeVille, il gruppo che lo lancerà nella leggenda.
Il vero salto avviene quando Borsay decide di reinventarsi completamente. Cambia nome: diventa Willy DeVille, un nome che suona come un incrocio tra eleganza francese e ribellione urbana. Con questo alter ego, si presenta come frontman di Mink DeVille, una band che unisce sonorità rock, rhythm & blues e una spruzzata latina.
Siamo a metà degli anni ’70 e il punk sta esplodendo a New York. Il tempio di questa rivoluzione è il leggendario CBGB, dove suonano Ramones, Talking Heads, Blondie e Television. Ma Willy DeVille non è un punk, nonostante condivida con loro il palcoscenico. La sua musica è diversa: romantica, teatrale, carica di pathos. Mentre gli altri gridano rabbia, lui canta Spanish Stroll, una passeggiata tra le luci calde e i colori latini delle strade.
Nel 1977, Mink DeVille pubblica il suo album di debutto, “Cabretta”, prodotto da Jack Nitzsche, già collaboratore di Phil Spector e Rolling Stones. L’album è un fulmine a ciel sereno: mescola chitarre elettriche e fiati, ritmi caraibici e ballate struggenti. Spanish Stroll diventa un successo internazionale, soprattutto in Europa, dove Willy trova un pubblico più sensibile al suo stile elegante e sofisticato.
Cabretta non è solo un disco: è una dichiarazione di intenti. Willy indossa giacche di seta, porta baffi sottili e si atteggia a gangster d’altri tempi. Il suo look è un manifesto estetico: è il ponte tra il romanticismo anni ’50 e la ribellione moderna.
Gli anni Ottanta segnano la trasformazione definitiva. Mink DeVille resta un nome di riferimento, ma il gruppo perde membri originari e diventa, di fatto, il progetto personale di Willy. In questo periodo nascono alcuni dei suoi lavori più celebrati, come “Le Chat Bleu” (1980), registrato a Parigi, che mostra il suo amore per la chanson francese e per artisti come Edith Piaf.
Con “Coup de Grâce” (1981) e “Where Angels Fear to Tread” (1983), DeVille abbandona definitivamente ogni residuo punk e si immerge in un sound sofisticato, pieno di orchestrazioni, archi e arrangiamenti sontuosi. La sua voce diventa sempre più intensa, quasi teatrale, capace di passare dalla dolcezza struggente alla rabbia disperata in un solo verso.
Nel 1987, con l’album “Miracle”, Willy collabora con Mark Knopfler dei Dire Straits. Da questa unione nasce “Storybook Love”, una ballata indimenticabile che diventerà il tema principale del film “La storia fantastica” (The Princess Bride), guadagnandosi una candidatura agli Oscar. È uno dei momenti più alti della sua carriera.
Willy DeVille non è solo un musicista: è un personaggio. Il suo aspetto da latin lover, i completi sartoriali, il portamento da caballero e la voce vellutata lo trasformano in un’icona. Non è il ribelle rumoroso del punk, né il rocker muscolare degli stadi: è l’eleganza del perdente, il poeta delle periferie.
Le sue canzoni sono piccoli film noir: raccontano amori disperati, tradimenti, sogni infranti. Non c’è mai compiacimento, ma una profonda empatia per i personaggi che popolano le sue storie. Willy amava dire:
«Non ho mai scritto una canzone felice in vita mia.»
Ed era vero: nelle sue note c’è sempre un’ombra di malinconia, anche nei brani più vivaci.
Nacque come William Borsay a Stamford, nel Connecticut. Il nome d’arte Willy DeVille arrivò negli anni Settanta, quando stava costruendo il personaggio che sarebbe diventato inseparabile dalla sua musica. Aveva origini irlandesi, basche e anche una componente di ascendenza irochese.
La sua immagine – baffi, capelli pompadour, gioielli, sguardo truccato e abiti da dandy – non era semplice estetica rock. DeVille costruì deliberatamente una figura a metà strada tra gangster, pirata, gitano e romantico decadente. La stampa francese arrivò a definirlo un dandy-bandit.
I Mink DeVille nacquero proprio nel cuore della scena del CBGB di New York, ma Willy aveva radici molto diverse: John Lee Hooker, Muddy Waters, Howlin’ Wolf, Lightnin’ Hopkins e altri bluesmen. Lui stesso sottolineava quanto fosse debitore alla musica afroamericana.
In altre parole: era nel punk, ma non era un punk.
All’inizio degli anni Settanta partì per Londra convinto di poter trovare lì i musicisti giusti. Non funzionò. Tornò negli Stati Uniti e passò anche da San Francisco, dove mise insieme il nucleo della futura band.
Prima di diventare Mink DeVille, la formazione passò attraverso nomi come Billy DeSade & the Marquis e The Lazy Eights. Il nome Mink DeVille arrivò soltanto successivamente.
Nel 1980 DeVille portò il progetto a Parigi per registrare Le Chat Bleu. Era una scelta radicale: invece di inseguire il suono newyorkese del momento, guardava alla chanson francese, al cabaret, al cajun e alle vecchie ballate romantiche.
E qui arriva una delle curiosità più belle…
DeVille era letteralmente affascinato da Édith Piaf. Raccontò di averla scoperta grazie ad alcune drag queen della scena newyorkese. Per lui Piaf aveva avuto un’influenza persino maggiore di Elvis.
Questo spiega molto di quella vena tragica, romantica e teatrale che attraversa le sue ballate.
Un incontro straordinario: Willy DeVille scrisse alcune canzoni insieme a Doc Pomus, uno dei grandi autori della storia del rock’n’roll, coautore di classici come Save the Last Dance for Me. La collaborazione entrò soprattutto nella fase di Le Chat Bleu e Sportin’ Life.
Quando arrivò Miracle nel 1987, DeVille lavorò con Mark Knopfler dei Dire Straits, che produsse l’album e suonò la chitarra.
Ma c’è di più: Storybook Love, contenuta nell’album, divenne il tema de La storia fantastica (The Princess Bride) e ricevette una candidatura all’Oscar.
Non fu soltanto musicista. DeVille ebbe piccoli ruoli cinematografici, tra cui Homeboy (1988), film con Mickey Rourke, e altre apparizioni sul grande schermo.
Dopo New York e Parigi, la terza grande città della sua vita fu New Orleans. Qui si immerse nel blues, nel cajun, nel rhythm & blues e nella musica creola locale.
Per Victory Mixture (1990) coinvolse musicisti leggendari della città, tra cui Dr. John, Allen Toussaint ed Eddie Bo.
Durante il periodo vissuto in Louisiana non si limitò alla musica: allevava cavalli, arrivando a occuparsi di cavalli portoghesi. La sua vita era ormai lontanissima dall’immagine del rocker newyorkese del CBGB.
La sua versione di “Hey Joe”, pubblicata nel 1992, trasformò il celebre brano associato a Jimi Hendrix in qualcosa di completamente diverso: mariachi, musica latina e dramma da frontiera.
Fu uno dei suoi maggiori successi internazionali e un perfetto esempio della sua filosofia: prendere una canzone conosciuta e farla diventare completamente sua.
Questa è forse la più grande contraddizione della sua carriera. DeVille rimase relativamente marginale nel mercato americano, mentre trovò un pubblico particolarmente fedele in Francia, Germania, Spagna e in generale in Europa.
Un dettaglio quasi incredibile nell’epoca digitale: secondo El País, negli ultimi anni non aveva una connessione Internet e non utilizzava la posta elettronica. Quando si ammalò, alcuni fan organizzarono una raccolta di fondi per aiutarlo e la sua casa si riempì di lettere scritte a mano e migliaia di rose.

Willy DeVille, romantico ribelle e anticonformista, trasformò le strade di New York in ballate di amore, passione e vite ai margini. Incompreso dall’industria, rimase fedele alla propria musica fino alla prematura scomparsa nel 2009.