
Alcuni artisti cantano le canzoni.
Altri le interpretano.
Poi esistono artisti rarissimi come Al Jarreau, capaci di fare qualcosa di completamente diverso: trasformare la voce in uno strumento musicale completo.
Ascoltarlo significava sentire una band intera uscire da una sola persona. Ritmo, melodia, armonia, improvvisazione. Tutto sembrava possibile.
Eppure la sua storia non comincia sotto i riflettori.
Comincia in una casa dove la musica era parte della vita quotidiana, non una carriera.
Alwin Lopez Jarreau nasce il 12 marzo 1940 a Milwaukee, nel Wisconsin, in una famiglia dove la musica e la fede convivono naturalmente.
Il padre è un pastore protestante con una forte passione per il canto. La madre è pianista nella chiesa locale.
La musica per lui non è spettacolo.
È comunità.
È espressione spirituale.
È comunicazione.
A soli quattro anni canta già nel coro. Non perché qualcuno lo spinga. Perché sembra la cosa più naturale del mondo.
Questa formazione gospel segnerà tutta la sua carriera. Il gospel insegna tecnica, ma soprattutto insegna presenza emotiva.
E Jarreau non dimenticherà mai questa lezione.
Una delle cose più sorprendenti della sua storia è che inizialmente non sceglie la musica.
Sceglie la psicologia.
Si laurea e lavora come consulente per la riabilitazione sociale, aiutando persone con difficoltà a reinserirsi nella società.
Un lavoro lontano dai palchi.
Ma non lontano dall’umanità.
Anni dopo dirà che questa esperienza gli ha insegnato la cosa più importante per un artista: ascoltare.
E forse è proprio questa capacità di ascolto che renderà i suoi concerti così empatici.
Negli anni Sessanta inizia a cantare nei club. All’inizio è solo una passione serale. Di giorno lavora.
Ma qualcosa cambia rapidamente.
Chi lo ascolta percepisce subito una differenza.
Non è solo la voce. È il senso del ritmo. Il modo di raccontare una canzone. La naturalezza con cui improvvisa.
La musica lentamente diventa il centro della sua vita.
Il trasferimento a Los Angeles segna la vera svolta.
Non ha ancora successo. Non ha garanzie. Ha solo talento e determinazione.
Canta nei piccoli club. Il pubblico cresce lentamente. I musicisti iniziano a parlare di lui.
Il passaparola diventa la sua prima vera promozione.
Jarreau non è un jazz singer tradizionale.
Non è un cantante soul classico.
Non è un artista pop.
È tutte queste cose insieme.
Il suo marchio di fabbrica diventa l’uso della voce come strumento ritmico. Può imitare una linea di basso. Creare percussioni vocali. Simulare fiati.
Non come imitazione.
Come linguaggio.
Negli anni Settanta arriva il primo contratto discografico importante. I suoi primi album attirano l’attenzione della critica.
Non è ancora una star commerciale.
Ma diventa un nome rispettato.
Un musicista dei musicisti.
Il primo Grammy arriva come conferma del suo talento. Nel corso della carriera vincerà sette Grammy.
Un risultato che lo inserisce tra i vocalist più rispettati della sua generazione.
Riuscirà anche in qualcosa di rarissimo:
Vincere Grammy in tre categorie diverse:
Jazz
Pop
R&B
Un risultato che racconta meglio di qualsiasi definizione la sua versatilità.
Se gli Stati Uniti lo rispettano, l’Europa lo adotta.
Festival jazz europei lo accolgono come una star. Il pubblico apprezza la sua libertà stilistica.
In molti paesi europei diventa persino più popolare che in patria.
Italia compresa.
Gli anni Ottanta portano la vera popolarità mondiale.
Il suo nome entra nelle classifiche pop senza perdere credibilità jazz. Un equilibrio quasi impossibile.
Molti artisti perdono identità nel crossover.
Jarreau invece porta la sua identità ovunque.
Il successo di questo brano amplia il suo pubblico. Le radio lo trasmettono. Il suo nome diventa familiare anche a chi non ascolta jazz.
Ma non diventa mai commerciale nel senso negativo del termine.
Rimane autentico.
Un altro momento chiave arriva con la sigla della serie Moonlighting.
La sua voce entra nelle case di milioni di spettatori.
Molti lo scoprono proprio così.
discografia
| We Got By | 1975 | Il debutto folgorante. Un album intimo e jazzistico che rivela al mondo il suo incredibile talento per lo scat e le percussioni vocali. |
| Glow | 1976 | Consolida il suo stile unico, mescolando jazz e soul con arrangiamenti raffinati. Contiene la splendida “Your Song”. |
| Look to the Rainbow | 1977 | Album dal vivo fondamentale. Cattura l’energia pura delle sue improvvisazioni; la sua versione di “Take Five” è leggendaria. |
| All Fly Home | 1978 | Vince un Grammy per la miglior interpretazione jazz. Un disco che esplora atmosfere sognanti e tecniche vocali d’avanguardia. |
| This Time | 1980 | Segna il passaggio verso un suono più R&B e pop-oriented, riscuotendo un grande successo commerciale. |
| Breakin’ Away | 1981 | Il suo capolavoro pop-jazz. Contiene le hit “We’re in This Love Together” e “Roof Garden”. Un successo mondiale da milioni di copie. |
| Jarreau | 1983 | Un classico del pop anni ’80, solare e iper-prodotto. Include le celebri “Mornin'” e “Boogie Down”. |
| High Crime | 1984 | Un album decisamente più elettronico e funk, tipico delle sonorità della metà degli anni ’80. |
| Live in London | 1985 | Registrato alla Wembley Arena, dimostra come Jarreau riesca a trasformare uno stadio in un club intimo grazie al suo carisma. |
| L Is for Lover | 1986 | Prodotto da Nile Rodgers, l’album ha un sound moderno e ritmato, perfetto per le classifiche dell’epoca. |
| Heart’s Horizon | 1988 | Un ritorno a sonorità più calde e R&B, con ballate romantiche che mettono in risalto la sua estensione vocale. |
| Heaven and Earth | 1992 | Gli vale un altro Grammy. Un disco di grande spessore che fonde spiritualità, soul e jazz contemporaneo. |
| Tenderness | 1994 | Un progetto straordinario registrato “live in studio” con un cast di stelle. Versioni acustiche e jazzate dei suoi successi. |
| Best of Al Jarreau | 1996 | La raccolta definitiva per chi vuole approcciarsi alla sua carriera, includendo tutti i brani simbolo. |
| Tomorrow Today | 2000 | Il debutto con l’etichetta GRP. Un album di smooth jazz elegante e perfetto per le radio contemporanee. |
| All I Got | 2002 | Vede collaborazioni con artisti come Joe Sample; un disco maturo che spazia tra pop, soul e jazz. |
| Accentuate the Positive | 2004 | Un ritorno al jazz più puro e tradizionale, con interpretazioni magistrali di standard classici. |
| Givin’ It Up | 2006 | Storica collaborazione con il chitarrista George Benson. Un incontro tra titani del groove e della melodia. |
| Christmas | 2008 | La sua personale interpretazione dei classici natalizi, rivisitati con il suo inconfondibile tocco jazz. |
| My Old Friend | 2014 | Un commovente tributo al suo grande amico e collaboratore George Duke. È il suo ultimo album in studio. |
Per Jarreau il concerto non è mai routine.
È incontro.
Ogni esibizione è diversa. Cambia scaletta. Improvvisa. Parla con il pubblico.
Il palco non è una performance.
È una conversazione.
Nel 1997 un grave problema vocale lo costringe a fermarsi.
Per un cantante è una crisi esistenziale.
Ma Jarreau affronta la riabilitazione con disciplina straordinaria.
E torna.
Con una voce leggermente diversa.
Ma con un’espressività ancora più profonda.
Negli anni 2000 diventa una figura simbolica del jazz contemporaneo.
Un maestro.
Un riferimento.
Non deve più dimostrare nulla.
Deve solo continuare a raccontare.
Una delle sue qualità più ricordate è la disponibilità verso i fan.
Autografi.
Conversazioni.
Incontri dopo i concerti.
Non costruisce distanza.
Costruisce relazione.
Nel febbraio 2017 annuncia il ritiro dai tour per problemi di salute.
Muore pochi giorni dopo, il 12 febbraio 2017.
Aveva 76 anni.
Il mondo del jazz perde una voce. Ma soprattutto perde un innovatore.
Artisti di vari generi rendono omaggio alla sua memoria.
Il tratto più citato non è solo il talento.
È l’umanità.
La sua influenza vive in:
cantanti jazz contemporanei
scuole di musica
vocalist crossover
tecniche vocali moderne
Il suo approccio alla voce è ancora studiato.
Diceva spesso:
“Sono un cantante di canzoni, non di generi.”
Il controllo del respiro era la base della sua tecnica.
Osservava il pubblico e adattava l’energia del concerto.
Credeva che l’emozione fosse più importante della precisione tecnica.
Anche al culmine del successo continuava esercizi vocali quotidiani.