
“Ci sono artisti che scrivono canzoni di successo e altri che scrivono canzoni che sembrano accompagnare la vita delle persone. Cat Stevens appartiene alla seconda categoria.”
La storia di Cat Stevens è quella di un uomo che ha attraversato il successo, la sofferenza, la ricerca spirituale e la rinascita senza mai smettere di interrogarsi sul significato della vita. Cantautore, poeta e narratore dell’animo umano, è diventato una delle figure più influenti della musica folk e del folk rock britannico, regalando al mondo capolavori come Father and Son, Wild World, Peace Train e Morning Has Broken.
Ma prima di diventare una leggenda, Cat Stevens era semplicemente Steven Demetre Georgiou, un ragazzo cresciuto nella Londra del dopoguerra con una chitarra tra le mani e una straordinaria capacità di osservare il mondo.
Steven Demetre Georgiou nacque il 21 luglio 1948 nel quartiere londinese di Marylebone. La sua famiglia rappresentava un piccolo crocevia di culture: il padre Stavros Georgiou, originario di Cipro e di etnia greca, gestiva un ristorante nel cuore del West End, mentre la madre Ingrid Wickman, svedese, trasmise ai figli una sensibilità artistica e un carattere riservato.
L’attività di famiglia, il Moulin Rouge Restaurant, non era un semplice locale. Situato vicino ai teatri di Shaftesbury Avenue, era frequentato da attori, musicisti, impiegati e turisti. Steven trascorse gran parte dell’infanzia osservando quel continuo via vai di persone, ascoltando conversazioni e immaginando le storie nascoste dietro ogni volto.
Molti anni dopo avrebbe confessato che proprio in quel ristorante imparò a guardare gli esseri umani con curiosità e compassione, qualità che sarebbero diventate il cuore della sua scrittura.
Prima ancora della musica, il suo sogno era un altro: voleva diventare illustratore. Disegnava fumetti, paesaggi e personaggi fantastici, una passione che non avrebbe mai abbandonato. Ancora oggi molte delle sue copertine e dei suoi libri per bambini portano la sua firma anche come illustratore.
Quando Steven entrò nell’adolescenza, Londra stava vivendo una delle stagioni più creative della sua storia. Era l’epoca della Swinging London, dei Beatles, dei Rolling Stones, degli Who, dei Kinks e della British Invasion che stava conquistando il mondo.
Ogni pub sembrava ospitare una nuova band e ogni quartiere respirava musica.
Steven rimase affascinato da artisti come Elvis Presley, Chuck Berry, Little Richard e dagli Everly Brothers, ma capì presto che non desiderava diventare un semplice interprete. Voleva scrivere canzoni che raccontassero emozioni vere.
Ricevette la sua prima chitarra da adolescente e imparò a suonarla da autodidatta. Non frequentò scuole di musica e non studiò teoria: imparava ascoltando i dischi e cercando di riprodurne gli accordi. Questo approccio istintivo contribuì a creare il suo stile personale, fatto di armonie semplici ma estremamente evocative.
Il soprannome che lo avrebbe reso celebre nacque quasi per gioco.
Un’amica gli disse che i suoi grandi occhi chiari ricordavano quelli di un gatto. Da quel momento iniziò a chiamarlo Cat e il nomignolo gli piacque così tanto da trasformarlo nel suo nome d’arte.
Con il supporto del produttore Mike Hurst, Steven firmò il suo primo contratto discografico e nel 1966 pubblicò il singolo I Love My Dog, una canzone ironica e originale che entrò rapidamente nella Top 40 britannica.
Fu solo l’inizio.
Pochi mesi più tardi arrivò Matthew and Son, il brano che lo fece conoscere al grande pubblico. Dietro la sua melodia accattivante si nascondeva una critica sottile alla monotonia del lavoro e alla routine quotidiana, un tema sorprendentemente maturo per un ragazzo di appena diciannove anni.
L’album omonimo riscosse un ottimo successo e Cat Stevens divenne una delle giovani promesse della musica inglese.
Tra il 1967 e il 1968 la carriera di Cat Stevens sembrava lanciata verso un futuro luminoso. Concerti, apparizioni televisive, servizi fotografici e nuove registrazioni riempivano ogni settimana.
Pubblicò altri singoli come I’m Gonna Get Me a Gun e il secondo album New Masters, ma qualcosa non funzionava.
Il pubblico continuava ad apprezzarlo, mentre lui iniziava a sentirsi sempre più distante dall’immagine di giovane popstar costruita dalla casa discografica.
Le sue nuove canzoni diventavano più introspettive, più personali, meno interessate alle classifiche.
Non lo sapeva ancora, ma la sua vita stava per cambiare radicalmente.
All’inizio del 1969 Cat Stevens iniziò ad accusare una stanchezza insolita. Una tosse persistente, perdita di peso e continui problemi respiratori lo costrinsero a sottoporsi ad accertamenti.
La diagnosi fu drammatica: tubercolosi.
Per un giovane di vent’anni, nel pieno della carriera, fu un colpo devastante.
Trascorse molti mesi ricoverato tra ospedale e sanatorio, lontano dai riflettori e dalla musica.
Fu un periodo durissimo, ma anche decisivo.
Costretto a fermarsi, iniziò a riflettere sulla fragilità della vita. Passava le giornate leggendo romanzi, filosofia, poesia e testi religiosi, mentre la chitarra diventava il suo rifugio.
Le canzoni che iniziò a scrivere durante la convalescenza erano profondamente diverse da quelle dei primi anni.
Non cercavano il successo.
Cercavano la verità.
Guarito dalla malattia, Cat Stevens comprese di non voler più essere il giovane cantante pop degli esordi.
Desiderava una musica più autentica.
L’incontro con il produttore Paul Samwell-Smith, ex bassista degli Yardbirds, fu decisivo. Fu lui a eliminare gli arrangiamenti orchestrali che avevano caratterizzato i primi dischi, lasciando spazio alla voce, alla chitarra acustica e ai testi.
Nel 1970 pubblicò Mona Bone Jakon, un album che segnò la sua rinascita artistica.
Tra i brani spiccava Lady D’Arbanville, dedicata all’attrice Patti D’Arbanville, con la quale aveva vissuto una storia d’amore intensa. La canzone conquistò il pubblico europeo e mostrò un Cat Stevens completamente nuovo: più maturo, poetico e intimista.
Fu anche in questo periodo che iniziò la collaborazione con il chitarrista Alun Davies, destinato a diventare il suo compagno musicale più fidato.
Sempre nel 1970 arrivò il disco destinato a cambiare per sempre la sua carriera: Tea for the Tillerman.
L’album rappresentava la sintesi perfetta del nuovo Cat Stevens.
Le canzoni erano intime, profonde, essenziali.
Tra i brani spiccavano Father and Son, dialogo universale tra generazioni; Wild World, malinconico saluto alla fine di un amore; Where Do the Children Play?, riflessione sul progresso e sull’ambiente; On the Road to Find Out, metafora della ricerca personale.
Con Tea for the Tillerman, Cat Stevens non conquistò soltanto le classifiche. Conquistò il cuore di milioni di persone.
L’album divenne uno dei capisaldi della musica folk, consacrandolo tra i più importanti cantautori britannici della sua generazione.
Ma il viaggio era appena iniziato.
Negli anni successivi avrebbe raggiunto il successo mondiale con Teaser and the Firecat, scritto alcune delle canzoni più amate della storia della musica e, proprio nel momento di massima popolarità, avrebbe preso una decisione destinata a sorprendere il mondo intero.
discografia
| Matthew and Son | 1967 | Il debutto dalle forti influenze pop orchestrali e beat, che lo lancia subito nelle classifiche britanniche come giovane idolo pop. |
| New Masters | 1967 | Commercialmente meno fortunato dell’esordio, ma fondamentale per contenere l’intramontabile hit mondiale “The First Cut Is the Deepest”. |
| Mona Bone Jakon | 1970 | L’album della rinascita dopo una grave forma di tubercolosi. Segna il passaggio a un suono folk-rock molto più scarno, acustico e intimista. |
| Tea for the Tillerman | 1970 | Il suo capolavoro assoluto. Un disco di immenso successo che lo consacra a livello globale, includendo classici come “Wild World” e “Father and Son”. |
| Teaser and the Firecat | 1971 | Consolida la sua fama con melodie acustiche perfette e brani iconici e pacifisti quali “Peace Train” e “Morning Has Broken”. |
| Catch Bull at Four | 1972 | Un lavoro con arrangiamenti più complessi e l’introduzione dei sintetizzatori. Raggiunge la vetta della classifica Billboard negli Stati Uniti. |
| Foreigner | 1973 | Registrato in Giamaica con forti influenze soul e R&B. Il primo lato è interamente occupato da un’ambiziosa suite ininterrotta di 18 minuti. |
| Buddha and the Chocolate Box | 1974 | Un confortante e solido ritorno alle sonorità acustiche e alle tematiche spirituali che lo avevano reso celebre all’inizio del decennio. |
| Numbers | 1975 | Un ambizioso e criptico concept album ambientato in un pianeta fittizio (Polygor) per esplorare metaforicamente temi legati all’anima. |
| Izitso | 1977 | Sorprendentemente all’avanguardia nell’uso dei sintetizzatori e dei sequenziatori, si avvicina a sonorità synth-pop ed elettroniche inedite per lui. |
| Back to Earth | 1978 | L’ultimo album pubblicato con il nome Cat Stevens. Segna il suo temporaneo addio alle scene musicali prima del ritiro. |
| An Other Cup | 2006 | Pubblicato a nome Yusuf, rappresenta il grande e attesissimo ritorno al cantautorato pop-folk dopo ben 28 anni di assenza. |
| Roadsinger | 2009 | Un disco caldo e rassicurante, che rievoca apertamente la magia acustica, le melodie e l’essenzialità dei suoi anni d’oro. |
| Tell ‘Em I’m Gone | 2014 | Un’incursione appassionata nelle sue radici musicali, esplorando il blues e l’R&B attraverso un mix di brani originali e riletture di classici. |
| The Laughing Apple | 2017 | Nominato ai Grammy, unisce nuove composizioni a reinterpretazioni di brani scritti nel 1967, riallacciando i fili con i suoi inizi. |
| Tea for the Tillerman 2 | 2020 | Una reinterpretazione completa, affascinante e ri-arrangiata del suo album più famoso, in occasione del suo 50° anniversario. |
| King of a Land | 2023 | L’ultimo lavoro in studio, ricco di spiritualità, orchestrazioni maestose e profonde riflessioni sulla purezza e la speranza infantile. |
Quando un artista raggiunge il vertice della propria carriera, normalmente cerca di restarci il più a lungo possibile. Cat Stevens, invece, fece qualcosa che nessuno si sarebbe aspettato: scelse di abbandonare tutto. Prima, però, regalò al mondo alcuni dei più grandi album della storia del folk rock.
Se Tea for the Tillerman aveva rivelato al pubblico un nuovo Cat Stevens, il decennio successivo lo trasformò in un’icona internazionale. Le sue canzoni attraversavano oceani e generazioni, arrivando nelle radio, nelle università, nelle automobili e nelle case di milioni di persone. La sua voce, calda e rassicurante, sembrava offrire una risposta alle inquietudini di un’epoca segnata dalla guerra, dai cambiamenti sociali e dalla ricerca di nuovi valori.
Nel settembre del 1971 Cat Stevens pubblicò Teaser and the Firecat, l’album che lo consacrò definitivamente tra i grandi cantautori del Novecento.
Il titolo nasceva da due personaggi immaginari creati dallo stesso Stevens, che ne illustrò anche la copertina. La sua antica passione per il disegno riaffiorava così in uno dei lavori più importanti della sua carriera.
Il disco raggiunse rapidamente le prime posizioni delle classifiche internazionali, trainato da una serie di brani destinati a diventare immortali.
Dietro la leggerezza della melodia si nasconde una riflessione sulla fragilità della vita. Scritta dopo la malattia che aveva rischiato di ucciderlo, Moonshadow invita ad accettare le difficoltà senza perdere la speranza.
È una canzone sulla resilienza, sull’ottimismo e sulla libertà interiore.
Molti credono che sia una composizione originale di Cat Stevens, ma il testo deriva da un inno scritto dalla poetessa inglese Eleanor Farjeon nel 1931.
L’arrangiamento, invece, porta la firma di Stevens e contiene uno degli aneddoti più curiosi della sua carriera: il celebre assolo di pianoforte fu registrato da Rick Wakeman, futuro tastierista degli Yes, allora semplice turnista di studio.
Quella registrazione, realizzata in poche ore, sarebbe diventata una delle introduzioni pianistiche più celebri della storia della musica.
Pubblicata durante gli anni della guerra del Vietnam, Peace Train divenne rapidamente un inno alla pace e alla speranza.
Senza slogan politici o messaggi aggressivi, Cat Stevens immaginò un treno capace di trasportare l’umanità verso un futuro migliore.
Ancora oggi è una delle sue composizioni più amate.
Tra il 1971 e il 1974 Cat Stevens visse il momento più straordinario della propria carriera.
Ogni nuovo album diventava un successo internazionale.
Pubblicò Catch Bull at Four (1972), che raggiunse il primo posto nella classifica americana di Billboard, seguito da Buddha and the Chocolate Box (1974), confermando la sua straordinaria capacità di fondere folk, pop e riflessioni filosofiche.
Brani come Sitting, Can’t Keep It In, Oh Very Young e Ready mostrarono un artista ormai pienamente maturo.
Nonostante la fama mondiale, Cat Stevens rimaneva una persona sorprendentemente riservata.
Mentre molti colleghi vivevano gli eccessi tipici del rock degli anni Settanta, lui preferiva trascorrere il tempo leggendo, disegnando o componendo nuove canzoni.
La ricerca interiore era diventata una presenza costante nella sua vita.
Nel 1976, durante una vacanza a Malibu, in California, accadde un episodio destinato a cambiare il corso della sua esistenza.
Mentre nuotava nell’Oceano Pacifico, una corrente lo trascinò al largo.
Più cercava di raggiungere la riva, più si allontanava.
Convinto di non riuscire a salvarsi, rivolse una preghiera a Dio promettendo che, se fosse sopravvissuto, avrebbe dedicato la propria vita al servizio del prossimo.
Pochi istanti dopo un’onda lo riportò verso acque meno profonde.
Per molti fu una semplice coincidenza.
Per lui fu un segno.
Qualche tempo dopo quell’esperienza, il fratello David gli regalò una copia del Corano, acquistata durante un viaggio a Gerusalemme.
Steven iniziò a leggerlo con curiosità.
Quelle pagine gli offrirono molte delle risposte che cercava da anni.
Dopo un lungo percorso di riflessione, nel 1977 si convertì ufficialmente all’Islam, assumendo il nome di Yusuf Islam.
Non fu una decisione impulsiva.
Fu il punto d’arrivo di una ricerca spirituale iniziata durante la malattia e proseguita per quasi un decennio.
Nel momento di massimo successo mondiale, Yusuf Islam prese una decisione che lasciò senza parole fan e critica.
Abbandonò la musica commerciale.
Pubblicò l’album Back to Earth (1978), vendette molte delle sue chitarre e si ritirò completamente dalla scena musicale.
Molti pensarono che si trattasse di una pausa.
In realtà il silenzio sarebbe durato quasi trent’anni.
Durante quel periodo si dedicò alla famiglia, all’educazione e alla beneficenza, fondando scuole e sostenendo numerosi progetti umanitari.
Negli anni Ottanta e Novanta Yusuf Islam preferì lavorare nell’ombra.
Finanziò iniziative educative, collaborò con organizzazioni benefiche e promosse progetti destinati ai bambini e alle comunità più vulnerabili.
La sua notorietà venne spesso oscurata dalle polemiche legate ad alcune dichiarazioni sul caso Salman Rushdie, successivamente chiarite dallo stesso Yusuf, che ribadì in più occasioni il proprio rifiuto della violenza e dell’estremismo.
Al di là delle controversie, continuò a vivere una vita lontana dai riflettori, convinto che il vero successo non coincidesse con la fama, ma con la coerenza verso i propri valori.
Con il passare degli anni, Yusuf iniziò a riconsiderare il proprio rapporto con la musica.
Approfondendo gli studi religiosi comprese che la musica, se portatrice di valori positivi, non era incompatibile con la sua fede.
Così, nel 2006, pubblicò An Other Cup, il primo album di inediti dopo quasi trent’anni.
Fu un ritorno accolto con entusiasmo.
La voce era cambiata, più profonda e intensa, ma conservava la capacità di emozionare.
Negli anni successivi seguirono Roadsinger (2009), Tell ‘Em I’m Gone (2014), The Laughing Apple (2017), Tea for the Tillerman² (2020), una rilettura del suo capolavoro del 1970, e King of a Land (2023), che confermò la vitalità artistica di un musicista ormai entrato nella leggenda.
Nel 2014 arrivò anche uno dei riconoscimenti più prestigiosi della sua carriera: l’ingresso nella Rock and Roll Hall of Fame.
Durante la cerimonia, Yusuf ricordò come la musica fosse sempre stata un modo per avvicinare le persone e non per dividerle.
Oggi Yusuf / Cat Stevens continua a scrivere, dipingere, pubblicare libri e sostenere iniziative benefiche.
Le sue canzoni non appartengono più soltanto alla storia del folk rock: fanno parte del patrimonio culturale di intere generazioni.
Brani come Father and Son, Wild World, Morning Has Broken, Moonshadow e Peace Train continuano a essere ascoltati in tutto il mondo, dimostrando che la sincerità non passa mai di moda.
Perché si chiamava Cat Stevens?
Il nome “Cat” nacque quasi per caso.
Durante la giovinezza, una ragazza notò che Steven aveva occhi molto grandi e luminosi, simili a quelli di un gatto. Quel soprannome iniziò a circolare tra gli amici e lui decise di trasformarlo nel proprio nome artistico.
“Stevens”, invece, fu scelto perché suonava internazionale e facilmente ricordabile.
Così nacque Cat Stevens, un nome destinato a diventare famoso in tutto il mondo.
Pochi ricordano che la prima vera passione di Steven Georgiou non era la musica, ma il disegno.
Da ragazzo sognava di diventare illustratore.
Frequentò anche una scuola d’arte, la Hammersmith Art College, dove sviluppò il proprio talento creativo.
Questa passione non è mai scomparsa: ancora oggi Yusuf Islam realizza illustrazioni e copertine per libri e progetti personali.
Uno degli aspetti più affascinanti di Cat Stevens è il suo rapporto con l’arte visiva.
La copertina di Teaser and the Firecat (1971), uno dei suoi album più celebri, fu realizzata partendo dai personaggi che lui stesso aveva creato.
Teaser e Firecat erano figure immaginarie nate dalla sua fantasia.
La copertina non era quindi soltanto un’immagine promozionale, ma parte integrante del mondo narrativo dell’album.
Una delle canzoni più amate di Cat Stevens ha un’origine particolare.
Father and Son non era stata pensata inizialmente per un album.
Era stata scritta per un progetto teatrale ambientato durante la Rivoluzione Russa, mai portato a termine.
Quando il musical venne abbandonato, Stevens decise di recuperare il brano trasformandolo in un dialogo universale tra un padre e un figlio.
Ancora oggi milioni di persone si riconoscono in quelle parole.
Molti ascoltatori hanno interpretato Wild World come una canzone di protezione e affetto.
In realtà nacque dopo la fine della relazione con l’attrice e modella Patti D’Arbanville.
Cat Stevens non scrisse un’accusa contro l’ex compagna.
Al contrario, immaginò un ultimo saluto pieno di malinconia e tenerezza.
Il protagonista lascia andare la persona amata augurandole di trovare la propria strada.
Uno degli episodi più curiosi riguarda Rick Wakeman, futuro membro degli Yes.
Quando registrò la parte di pianoforte per Morning Has Broken, Wakeman era ancora un giovane musicista impegnato come turnista.
La sua esecuzione trasformò completamente il brano.
Il dettaglio curioso?
Ricevette un compenso molto modesto rispetto al successo mondiale ottenuto dalla canzone.
Anni dopo avrebbe raccontato con ironia che quella fu probabilmente una delle migliori interpretazioni musicali della sua carriera ma anche una delle peggiori decisioni economiche.
Dal 1970 in poi, Cat Stevens ebbe accanto a sé il chitarrista Alun Davies.
Il loro rapporto musicale fu fondamentale.
Davies non cercava mai di rubare la scena: il suo stile delicato completava perfettamente la voce e la chitarra di Stevens.
Molti critici considerano quella collaborazione una delle ragioni del successo del suo periodo più creativo.
La tubercolosi del 1969 fu uno dei momenti più importanti della sua vita.
Prima della malattia Cat Stevens era soprattutto un artista pop.
Dopo la guarigione diventò un cantautore introspettivo.
Il periodo trascorso lontano dal mondo gli permise di riflettere sulla vita, sulla morte e sul significato dell’esistenza.
Senza quella pausa forzata probabilmente non sarebbero mai nati album come Mona Bone Jakon e Tea for the Tillerman.
Cat Stevens non era un virtuoso nel senso tradizionale del termine.
Non cercava assoli spettacolari.
Per lui la chitarra era soprattutto uno strumento narrativo.
Pochi accordi erano sufficienti per creare un’atmosfera e raccontare una storia.
Questa semplicità è diventata uno dei tratti distintivi del suo stile.
Durante gli anni di massimo successo, Cat Stevens era una figura molto diversa dalle grandi star dell’epoca.
Non amava feste eccessive.
Non cercava scandali.
Non era interessato al lusso ostentato.
Preferiva leggere, scrivere, passeggiare e trascorrere tempo con la famiglia.
Durante tutta la sua vita ha letto testi filosofici e religiosi provenienti da culture diverse.
Prima della conversione all’Islam studiò buddhismo, induismo, cristianesimo e altre tradizioni spirituali.
La sua musica degli anni Settanta è piena di riferimenti alla ricerca interiore.
Il titolo della canzone è quasi una dichiarazione autobiografica.
“On the road to find out” significa “sulla strada per scoprire”.
È la descrizione perfetta del viaggio personale di Cat Stevens: un uomo che non ha mai smesso di cercare risposte.
Molte delle canzoni contenute nel disco raccontano dubbi, paure e speranze vissute dallo stesso Stevens.
L’album rappresenta il momento in cui il giovane artista lasciò definitivamente alle spalle il mondo del pop commerciale.
Durante la sua carriera degli anni Settanta Cat Stevens ha venduto oltre 100 milioni di copie nel mondo.
Un risultato incredibile considerando che non ha mai costruito la propria immagine sulla provocazione o sull’eccesso.
Molte sue canzoni contengono riflessioni sul rapporto tra uomo e ambiente.
Brani come Where Do the Children Play? anticipavano temi ecologici diventati centrali soltanto negli anni successivi.
La canzone è stata utilizzata in numerose iniziative dedicate alla pace.
Nel corso degli anni Cat Stevens l’ha eseguita in occasione di eventi umanitari e incontri internazionali.
Il suo messaggio continua a essere attuale.
Quando Yusuf Islam tornò a incidere nel 2006 con An Other Cup, non cercava di recuperare la fama perduta.
Era semplicemente tornato a sentire il bisogno di esprimersi attraverso la musica.
Nonostante il lungo periodo lontano dalle scene, Cat Stevens ha sempre ricevuto lettere e messaggi da persone che raccontavano quanto le sue canzoni avessero accompagnato momenti importanti della loro vita.
Per lui questo è sempre stato il riconoscimento più prezioso.
Un elemento raro della sua carriera è la capacità di parlare contemporaneamente a genitori e figli.
Non è casuale che proprio Father and Son sia diventata una delle canzoni più amate da persone di età completamente diverse.

Un viaggio nei testi di Cat Stevens per riscoprire il valore universale delle sue parole, tornate attuali nel mondo contemporaneo.