MUSE

Muse (gruppo musicale)

Muse: la storia della band che ha portato il rock oltre i confini dell’immaginazione

Ci sono gruppi che nascono in una grande città, respirando l’atmosfera dei quartieri dove la musica è già storia. E poi ci sono band che nascono lontano dai riflettori, in luoghi apparentemente improbabili, ma che proprio da quella distanza trovano la forza per creare qualcosa di unico.

La storia dei Muse appartiene alla seconda categoria.

Prima degli stadi pieni, delle luci spettacolari, dei Grammy Awards e di concerti trasformati in eventi planetari, c’erano tre ragazzi di Teignmouth, una piccola cittadina affacciata sul mare nel Devon, nel sud-ovest dell’Inghilterra.

Tre ragazzi con un’idea semplice ma ambiziosa: fare musica senza seguire regole.

Quei ragazzi erano Matt Bellamy, Chris Wolstenholme e Dominic Howard.

Oggi il loro nome è legato a uno dei percorsi più originali del rock contemporaneo: una musica capace di unire chitarre potenti, melodie epiche, pianoforti classici, elettronica, atmosfere fantascientifiche e testi che raccontano paure, società e futuro.

Ma prima di diventare una delle più grandi rock band del XXI secolo, i Muse erano soltanto un sogno nato in una piccola città inglese.


Le origini: una passione nata lontano dai riflettori

Alla fine degli anni Ottanta Teignmouth non era certo il centro della scena musicale britannica.

Lontana da Londra, Manchester e Liverpool, sembrava il posto meno probabile dal quale potesse partire una rivoluzione musicale.

Eppure proprio quella tranquillità permise ai futuri Muse di crescere senza pressioni, sperimentando liberamente e costruendo un’identità personale.

Matt Bellamy nacque il 9 giugno 1978 a Cambridge.

Fin da bambino ebbe un rapporto speciale con la musica. Suo padre, George Bellamy, era stato il chitarrista dei The Tornados, gruppo britannico degli anni Sessanta diventato famoso in tutto il mondo con il brano strumentale Telstar.

In casa Bellamy la musica non era un semplice passatempo: era una presenza quotidiana.

Matt studiò pianoforte classico e sviluppò una sensibilità musicale fuori dal comune. Da una parte ascoltava compositori come Chopin e Rachmaninov, dall’altra rimaneva affascinato dall’energia di artisti come Jimi Hendrix, Queen e Pink Floyd.

Quella fusione apparentemente impossibile tra musica classica e rock sarebbe diventata uno degli elementi più riconoscibili del futuro sound dei Muse.


L’incontro di tre personalità diverse

Il destino iniziò a muoversi tra i corridoi della scuola.

Matt Bellamy incontrò Dominic Howard, nato il 7 dicembre 1977 a Stockport, un batterista con cui condivise immediatamente la stessa visione musicale.

I due iniziarono a suonare insieme, cercando una direzione artistica ancora tutta da definire.

Mancava però un elemento fondamentale: un bassista.

La scelta cadde su Chris Wolstenholme, nato il 2 dicembre 1978 a Rotherham, che all’epoca suonava la batteria in un’altra formazione.

La proposta sembrava quasi folle: cambiare strumento e imparare il basso da zero.

Chris accettò.

Quella decisione avrebbe segnato per sempre la sua carriera.

Con Matt alla voce e alla chitarra, Chris al basso e Dominic alla batteria, nasceva il nucleo destinato a diventare uno dei trio più importanti del rock moderno.


Dai Rocket Baby Dolls alla nascita dei Muse

Prima di chiamarsi Muse, il gruppo aveva un altro nome: Rocket Baby Dolls.

Era il 1994 e la band muoveva i primi passi nei locali della zona.

Il loro stile era già caratterizzato da una forte componente teatrale. Non cercavano semplicemente di eseguire canzoni: volevano creare un’esperienza.

Durante una competizione musicale locale arrivò uno dei primi momenti decisivi.

La loro esibizione fu così intensa e caotica da concludersi con la distruzione di parte della strumentazione.

Non era soltanto una provocazione.

Era il segnale di una mentalità che avrebbe accompagnato tutta la carriera dei Muse: il rifiuto di essere prevedibili.

Poco dopo decisero di cambiare nome.

Nacquero i Muse.

Un nome breve, internazionale e ricco di significato. La musa, nella tradizione classica, rappresenta l’ispirazione artistica. Ed era proprio questo ciò che la band voleva inseguire: la capacità della musica di aprire nuove possibilità.


I primi anni: costruire un’identità

La strada verso il successo non fu immediata.

I Muse iniziarono come moltissime band britanniche: piccoli concerti, sale locali, demo registrati con mezzi limitati.

Ma c’era qualcosa che li rendeva diversi.

La voce di Matt Bellamy era impossibile da ignorare: un’estensione incredibile, capace di passare dalla delicatezza del pianoforte alla potenza delle chitarre distorte.

La batteria di Dominic Howard dava energia e dinamismo.

Il basso di Chris Wolstenholme aggiungeva profondità e carattere.

Il risultato era un suono difficile da classificare.

Era rock alternativo, ma anche progressive.

Era potente, ma allo stesso tempo elegante.

Era moderno, ma con radici nella musica classica.


Showbiz: il primo passo verso il mondo

Nel 1999 arrivò il debutto ufficiale con Showbiz.

L’album mostrava una band ancora giovane, ma già dotata di una personalità sorprendente.

Le canzoni raccontavano inquietudini adolescenziali, solitudine, fragilità emotive e il senso di sentirsi diversi.

Brani come Muscle Museum, Sunburn e Cave permisero ai Muse di attirare rapidamente l’attenzione del pubblico britannico.

Molti notarono alcune somiglianze con i Radiohead, soprattutto per l’atmosfera intensa e malinconica.

Ma i Muse avevano già qualcosa di personale.

Non volevano semplicemente raccontare il disagio.

Volevano trasformarlo in qualcosa di enorme, quasi cinematografico.


Origin of Symmetry: il momento della trasformazione

Se Showbiz aveva presentato la band al mondo, fu Origin of Symmetry, pubblicato nel 2001, a mostrare il vero potenziale dei Muse.

Con questo album il gruppo abbandonò ogni limite.

Le chitarre diventarono più pesanti.

Il pianoforte assunse un ruolo centrale.

Le influenze classiche emersero con forza.

L’elettronica iniziò a entrare nel loro universo sonoro.

Brani come New Born, Plug In Baby, Bliss e Citizen Erased raccontavano una band completamente libera, pronta a fondere generi diversi senza paura.

Origin of Symmetry non era soltanto un album rock.

Era una dichiarazione d’identità.


Absolution: la consacrazione dei Muse

Nel 2003 arrivò Absolution, l’album che trasformò definitivamente i Muse in una band internazionale.

Se i lavori precedenti avevano mostrato talento e ambizione, questo disco rappresentava la piena maturità.

Le atmosfere erano più oscure e profonde.

I testi affrontavano temi universali: paura, guerra, controllo, spiritualità e fragilità dell’uomo davanti a un mondo sempre più complesso.

Canzoni come Time Is Running Out, Hysteria e Stockholm Syndrome diventarono veri inni generazionali.

I Muse non erano più una promessa.

Erano diventati protagonisti.

Showbiz1999Il debutto dalle forti tinte alternative rock. Mette subito in mostra l’incredibile estensione vocale di Bellamy e un’energia grezza e introspettiva.
Origin of Symmetry2001Il capolavoro che definisce il loro stile “space rock”. Riff distorti, pianoforti classici e paranoia fantascientifica, trascinati dalla celebre “Plug In Baby”.
Absolution2003Un album epico, apocalittico e drammatico che li consacra a livello mondiale, grazie a inni da stadio come “Time Is Running Out” e “Hysteria”.
Black Holes and Revelations2006Introduce massicce dosi di elettronica, influenze pop e tematiche cospirazioniste, culminando nella cavalcata western-spaziale di “Knights of Cydonia”.
The Resistance2009Fortemente ispirato a 1984 di George Orwell. Un trionfo di rock sinfonico e teatrale che si chiude con una vera e propria sinfonia classica in tre movimenti (Exogenesis).
The 2nd Law2012Un disco sperimentale ed eclettico che abbraccia influenze dubstep, funk ed elettroniche, esplorando i temi dell’entropia e del consumo energetico globale.
Drones2015Un concept album cupo e chitarristico sulla disumanizzazione della guerra moderna e dei droni, che segna un netto ritorno a sonorità hard rock e metal.
Simulation Theory2018Un tuffo nell’estetica synth-wave e retrowave degli anni ’80. Un sound dominato da sintetizzatori pulsanti, atmosfere da videogioco arcade e fantascienza neon.
Will of the People2022Concepito quasi come un “greatest hits di brani inediti”, riassume ed esplora tutte le loro ere musicali (dal glam rock al metal estremo) riflettendo sulle crisi globali contemporanee.

The Wow! Signal

2026 

Dalla conquista del mondo a Will of the People: il viaggio di una band senza limiti

Quando nel 2003 uscì Absolution, i Muse avevano ormai smesso di essere una promessa. La band nata sulle coste del Devon era diventata una delle realtà più interessanti del rock britannico, capace di conquistare un pubblico sempre più vasto grazie a un equilibrio raro tra energia, tecnica e visione artistica.

Ma il successo non cambiò la loro filosofia.

Matt Bellamy, Chris Wolstenholme e Dominic Howard non erano interessati a ripetere formule già vincenti. La loro carriera sarebbe stata costruita proprio sulla capacità di cambiare, sperimentare e sorprendere.

Ogni album dei Muse sarebbe diventato un nuovo capitolo di un viaggio musicale fatto di domande sul futuro, sulla tecnologia, sul potere e sulla condizione umana.


Black Holes and Revelations: il salto definitivo

Nel 2006 arrivò Black Holes and Revelations, l’album che consacrò definitivamente i Muse come una delle più grandi rock band del pianeta.

Dopo la tensione emotiva di Absolution, il gruppo scelse una direzione ancora più ampia e ambiziosa.

Il rock si incontrava con l’elettronica, la musica anni Ottanta, il funk, il progressive e persino atmosfere vicine alle colonne sonore cinematografiche.

Era un disco difficile da definire, proprio perché conteneva molte anime diverse.

E forse era proprio questa la sua forza.


Un album tra fantascienza e realtà

Come spesso accade nella musica dei Muse, anche Black Holes and Revelations guardava oltre il presente.

I testi di Matt Bellamy raccontavano inquietudini legate al controllo sociale, alla politica, alla tecnologia e al futuro dell’umanità.

La band non si limitava a scrivere canzoni d’amore o racconti personali.

Costruiva veri e propri mondi immaginari, dove il rock diventava uno strumento per riflettere sulla società.


Le canzoni che hanno definito un’epoca

All’interno dell’album troviamo alcuni dei brani più celebri della carriera dei Muse.

Starlight conquistò milioni di ascoltatori grazie alla sua melodia immediata e al suo ritornello emozionante.

Supermassive Black Hole mostrò un lato più sensuale e sperimentale della band, con influenze elettroniche e funky.

Knights of Cydonia diventò invece uno dei simboli assoluti del gruppo: un viaggio sonoro tra rock epico, atmosfere western e immaginario fantascientifico.

Il brano rappresentava perfettamente la filosofia dei Muse: prendere elementi apparentemente lontani e unirli in qualcosa di completamente nuovo.


Wembley: il sogno di ogni band britannica

Nel giugno del 2007 arrivò uno dei momenti più importanti della carriera dei Muse.

Due concerti completamente esauriti al leggendario Wembley Stadium di Londra.

Per una band inglese, Wembley rappresenta molto più di un semplice palco.

È un simbolo.

È il luogo dove hanno scritto pagine importanti della storia artistica britannica gruppi come Queen, U2 e molti altri giganti della musica.

Per Matt Bellamy e compagni significava essere entrati definitivamente nell’élite del rock mondiale.

Quelle serate furono immortalate nel DVD live HAARP, diventato uno dei documenti più amati dai fan.


The Resistance: quando il rock incontra la musica classica

Nel 2009 i Muse pubblicarono The Resistance, un album che mostrava ancora una volta la loro ambizione.

La band non voleva semplicemente creare canzoni.

Voleva costruire un’opera completa.

Il disco affrontava temi come il controllo delle masse, la ribellione individuale e il rapporto tra libertà e potere.

Musicalmente rappresentava un ulteriore passo avanti verso la contaminazione con la musica classica.


Exogenesis Symphony: la grande sfida

Il momento più sorprendente dell’album è senza dubbio Exogenesis Symphony, una composizione divisa in tre parti con orchestra e influenze classiche.

Era una scelta rischiosa.

Molti gruppi rock avevano sperimentato l’incontro con l’orchestra, ma pochi avevano avuto il coraggio di trasformare un intero album in un progetto così ambizioso.

Matt Bellamy dimostrò ancora una volta il suo amore per la musica classica, portando nel rock contemporaneo idee che sembravano appartenere a un’altra epoca.


Il primo Grammy Award

Il successo di The Resistance portò anche uno dei riconoscimenti più importanti della carriera dei Muse.

Nel 2011 la band vinse il Grammy Award come Best Rock Album.

Era la conferma definitiva del loro valore artistico.

I Muse non erano più soltanto una band amata dai fan del rock alternativo.

Erano diventati un riferimento internazionale.


The 2nd Law: la ricerca continua

Nel 2012 arrivò The 2nd Law, un album che mostrò ancora una volta il desiderio dei Muse di non restare fermi.

Il titolo prende ispirazione dal secondo principio della termodinamica, un concetto scientifico legato all’entropia e al disordine dei sistemi.

Ancora una volta la band utilizzava la musica per parlare di temi più grandi: ambiente, crisi economiche, futuro del pianeta e fragilità della società moderna.


Un nuovo linguaggio musicale

Musicalmente il disco rappresentò una svolta.

I Muse introdussero elementi dubstep, elettronici e funk, allontanandosi in parte dal rock più classico degli album precedenti.

Il brano Madness divenne uno dei loro maggiori successi, grazie a una costruzione lenta e ipnotica che cresce progressivamente fino a un finale potente.

Supremacy, invece, mostrava il lato più epico e cinematografico della band.


Chris Wolstenholme: una storia di rinascita

Durante la lavorazione di The 2nd Law, il bassista Chris Wolstenholme attraversò un periodo molto difficile.

Dopo anni di problemi legati all’alcol, riuscì a intraprendere un percorso di recupero.

Questa esperienza influenzò anche la sua musica.

I brani Save Me e Liquid State, cantati proprio da Chris, raccontano fragilità, difficoltà personali e la ricerca di una nuova consapevolezza.

Un momento raro nella storia dei Muse, perché permise al bassista di mostrare una parte più intima della propria personalità.


Drones: il ritorno alla potenza del rock

Nel 2015 arrivò Drones, un album che segnò un ritorno alle atmosfere più aggressive.

Dopo le sperimentazioni elettroniche di The 2nd Law, i Muse recuperarono chitarre potenti, riff duri e una struttura più vicina all’hard rock.

Il disco era un concept dedicato al tema della perdita dell’identità individuale.

Il “drone” diventava la metafora dell’uomo trasformato in uno strumento senza volontà propria.


Il Grammy come miglior album rock

Con Drones, i Muse ottennero un altro importante riconoscimento.

Nel 2016 vinsero il Grammy Award come Best Rock Album.

Era un risultato significativo: a distanza di oltre vent’anni dalla formazione, la band continuava a essere premiata e riconosciuta ai massimi livelli.


Simulation Theory: il futuro visto dagli anni Ottanta

Nel 2018 arrivò Simulation Theory, forse uno degli album più visivamente riconoscibili della carriera dei Muse.

L’intero progetto era immerso nell’estetica della fantascienza anni Ottanta.

Videogiochi.

Film futuristici.

Neon.

Realtà virtuale.

Atmosfere cyberpunk.

La band trasformò l’album in un vero universo narrativo.

Brani come Pressure, Thought Contagion e Something Human mostrarono un lato più melodico e accessibile, mentre il tour successivo diventò uno degli spettacoli più spettacolari mai realizzati dal gruppo.


Will of the People: il presente dei Muse

Nel 2022 i Muse pubblicarono Will of the People, il loro nono album in studio.

Il disco rappresenta una sorta di sintesi di tutta la carriera della band.

Ci sono il rock potente degli inizi.

Le atmosfere elettroniche.

Le influenze classiche.

La componente teatrale.

I temi sociali e politici.

Il titolo stesso richiama il concetto di volontà popolare e ribellione contro sistemi di controllo sempre più invasivi.

Brani come Won’t Stand Down, Compliance, Kill or Be Killed e la title track mostrano una band ancora capace di unire energia e riflessione.


I Muse e il significato del concerto

Se c’è un elemento che ha accompagnato tutta la carriera dei Muse è il rapporto con il pubblico.

I loro concerti non sono semplici esibizioni musicali.

Sono spettacoli totali.

La band ha portato sul palco:

  • scenografie gigantesche;
  • schermi monumentali;
  • effetti luminosi;
  • strutture mobili;
  • elementi teatrali e cinematografici.

Ma dietro la tecnologia rimane sempre la musica.

La voce di Matt Bellamy.

Il basso potente di Chris Wolstenholme.

La batteria precisa di Dominic Howard.

È questa combinazione ad aver reso i Muse una delle migliori live band del mondo.


L’eredità dei Muse

Dopo oltre trent’anni di carriera, i Muse rappresentano una delle esperienze più originali del rock contemporaneo.

Hanno dimostrato che una band può essere contemporaneamente popolare e sperimentale.

Possono convivere grandi melodie e composizioni complesse.

Il rock può dialogare con la musica classica.

La tecnologia può diventare emozione.

Dal piccolo palco di Teignmouth agli stadi internazionali, Matt Bellamy, Chris Wolstenholme e Dominic Howard hanno costruito un universo musicale riconoscibile e in continua evoluzione.

La loro forza è sempre stata la stessa: non accontentarsi mai.

Perché i Muse non hanno mai cercato soltanto di scrivere canzoni.

Hanno cercato di immaginare il futuro.

E, in molti momenti, sono riusciti ad anticiparlo.

curiosità

Prima di diventare Muse si chiamavano in un altro modo

Molti conoscono la band con il nome Muse, ma il percorso è iniziato con diverse identità.

Prima arrivarono nomi come Gothic Plague e Fixed Penalty, fino alla formazione dei Rocket Baby Dolls, il gruppo che avrebbe poi cambiato nome definitivamente in Muse.

La scelta del nome definitivo fu fondamentale: “Muse” richiamava l’idea dell’ispirazione artistica, qualcosa che rappresentava perfettamente la loro ambizione musicale.


Matt Bellamy non voleva inizialmente fare il cantante

Una delle curiosità più sorprendenti riguarda il leader della band.

Matt Bellamy non aveva inizialmente il sogno di diventare un frontman.

Il suo interesse principale era la composizione e la musica strumentale, soprattutto il pianoforte.

La voce arrivò quasi per necessità: non trovando un cantante adatto, iniziò a interpretare lui stesso i brani.

Quella che sembrava una soluzione provvisoria diventò invece una delle voci più riconoscibili del rock moderno.


Il padre di Matt Bellamy era già una rock star

La musica era nel destino di Matt.

Suo padre, George Bellamy, era il chitarrista dei The Tornados, gruppo britannico famoso negli anni Sessanta per il brano strumentale Telstar, uno dei primi successi britannici capaci di raggiungere il primo posto nelle classifiche americane.

Crescere in una famiglia musicale influenzò profondamente il giovane Matt, che iniziò presto a sviluppare una sensibilità particolare verso strumenti e composizione.


Chris Wolstenholme imparò il basso per entrare nella band

La storia di Chris Wolstenholme è quasi cinematografica.

Quando Matt e Dominic avevano bisogno di un bassista, Chris suonava ancora la batteria in un altro gruppo.

La proposta sembrava rischiosa: cambiare completamente strumento.

Ma Chris accettò la sfida e imparò il basso.

Quella scelta lo trasformò in uno dei bassisti più apprezzati del rock contemporaneo, famoso per linee potenti e melodiche come quella di Hysteria.


Dominic Howard arrivò alla batteria quasi per caso

Dominic Howard non nasce inizialmente come musicista in una famiglia artistica.

Il suo interesse per la musica crebbe durante gli anni scolastici, quando entrò in contatto con una band jazz e iniziò ad avvicinarsi alla batteria.

La sua amicizia con Matt Bellamy nacque anche grazie a una passione condivisa per i computer e i videogiochi dell’epoca.


“Muscle Museum” nacque da un gioco con il dizionario

Uno degli episodi più curiosi riguarda uno dei primi grandi successi dei Muse.

Il titolo Muscle Museum venne creato giocando con le parole.

Cercando il termine “Muse” sul dizionario, Matt notò che la parola precedente era “muscle” e quella successiva era “museum”.

L’accostamento sembrava assurdo, ma proprio quella stranezza colpì la band.

Nacque così il titolo di uno dei brani più importanti dell’album Showbiz.


I Muse scrissero decine di canzoni prima del primo album

Prima della pubblicazione di Showbiz, la band aveva già accumulato moltissimo materiale.

Anni di prove, concerti nei piccoli locali e sperimentazioni permisero ai Muse di arrivare al debutto con un’identità già molto forte.

Non erano una band costruita a tavolino: il loro stile nacque lentamente attraverso tentativi, errori e continua ricerca.


Il concerto che cambiò la loro mentalità

Uno dei momenti fondamentali nella storia dei Muse fu la partecipazione alla competizione musicale locale con il nome Rocket Baby Dolls.

La band si presentò con un atteggiamento completamente fuori dagli schemi, distruggendo parte della strumentazione alla fine dell’esibizione.

Quel gesto non fu soltanto una provocazione.

Fu la dimostrazione che per loro la musica doveva essere anche energia, spettacolo e libertà.


Matt Bellamy è un grande appassionato di spazio e fantascienza

L’universo dei Muse è pieno di riferimenti al futuro, alla tecnologia e all’esplorazione spaziale.

Non è un caso.

Matt Bellamy ha sempre avuto una forte fascinazione per la fantascienza, il cosmo e le grandi domande sull’esistenza umana.

Questa passione si riflette in album come:

  • Black Holes and Revelations
  • The Resistance
  • Simulation Theory

La band ha spesso utilizzato scenari futuristici per raccontare paure e contraddizioni del presente.


Il riff di “Plug In Baby” è diventato leggendario

Il riff iniziale di Plug In Baby è considerato uno dei più riconoscibili del rock degli anni Duemila.

La sua forza sta nella semplicità apparente: poche note, ma un’impronta immediatamente riconoscibile.

È uno dei brani che ha definito il suono dei Muse e ancora oggi rappresenta un momento immancabile nei concerti della band.


“Supermassive Black Hole” ha conquistato anche chi non conosceva i Muse

Nel 2006 il brano Supermassive Black Hole portò i Muse verso un pubblico ancora più ampio.

La canzone mostrava un lato diverso della band: più funky, elettronico e sensuale rispetto al passato.

La sua popolarità aumentò ulteriormente quando venne inserita nella colonna sonora del film Twilight, permettendo a milioni di nuovi ascoltatori di scoprire il gruppo.


Wembley: un record storico

Nel 2007 i Muse furono protagonisti di un momento storico.

Furono la prima band a esibirsi con concerti completamente sold out nel nuovo Wembley Stadium.

Quelle due serate davanti a decine di migliaia di spettatori rappresentarono la definitiva consacrazione del gruppo come una delle più grandi live band britanniche.


I Muse hanno sempre rifiutato di essere prevedibili

Una delle caratteristiche più evidenti della band è il rifiuto della ripetizione.

Ogni album ha una propria identità:

  • Origin of Symmetry è il disco della sperimentazione;
  • Absolution quello della maturità;
  • Black Holes and Revelations quello della consacrazione;
  • The Resistance quello dell’ambizione orchestrale;
  • Simulation Theory quello dell’estetica futuristica.

La loro carriera è un continuo movimento.


Dominic Howard e il curioso rapporto con il canto

Dominic Howard è conosciuto soprattutto come batterista, ma in alcune occasioni ha contribuito anche ai cori.

La band ha raccontato episodi divertenti legati alle sue capacità vocali: durante alcune registrazioni si rese conto che il canto non era esattamente il suo punto di forza.

Il suo vero talento rimane comunque la batteria, diventata uno degli elementi fondamentali del sound dei Muse.


I Muse e la ricerca della perfezione dal vivo

Uno dei motivi del successo della band è la cura quasi maniacale dei concerti.

Ogni tour viene progettato come un’esperienza completa:

  • scenografie gigantesche;
  • effetti visivi;
  • tecnologia avanzata;
  • arrangiamenti pensati per il palco.

Per i Muse il concerto non è soltanto una riproduzione dell’album.

È un nuovo modo di raccontare la loro musica.


Una band nata per sperimentare

Forse la curiosità più importante sui Muse è proprio questa: non hanno mai seguito una strada già tracciata.

Sono partiti dal rock alternativo britannico degli anni Novanta e hanno incorporato:

  • musica classica;
  • elettronica;
  • progressive rock;
  • metal;
  • pop;
  • colonne sonore cinematografiche.

Il risultato è uno stile immediatamente riconoscibile.

libri

Simulation of Muse. Oltre la realtà

Simulation of Muse. Oltre la realtà

Un viaggio illustrato nel mondo dei Muse tra suoni, colori, simboli e scenografie: una lettura alternativa che svela segreti, connessioni e storie nascoste oltre le biografie tradizionali.