Ci sono album che si ascoltano e altri che si attraversano. Close to the Edge (1972) degli Yes appartiene senza dubbio alla seconda categoria. La lunga suite che apre il disco non è soltanto uno dei vertici del rock progressivo: è un percorso iniziatico che affonda le sue radici nella letteratura e nella ricerca spirituale. Al centro di questo viaggio c’è un libro destinato a lasciare un segno profondo su Jon Anderson: Siddhartha di Hermann Hesse.
Quando Anderson si immerse nella lettura del romanzo, rimase colpito dal cammino del giovane Siddhartha, che abbandona ogni certezza per cercare la verità. Non si tratta di una ricerca fatta di dogmi o risposte definitive, ma di esperienza, contemplazione e trasformazione. È lo stesso percorso che sembra risuonare nelle oltre diciotto minuti di Close to the Edge.
Il romanzo di Hesse racconta un uomo che attraversa il dubbio, la rinuncia, l’amore, la ricchezza e la solitudine prima di comprendere che la saggezza non può essere insegnata: deve essere vissuta. Nel libro, il fiume diventa il simbolo del fluire della vita e dell’unità di tutte le cose. Anderson ha più volte spiegato che proprio quell’immagine lo ispirò nella costruzione della suite, trasformando il viaggio di Siddhartha in un’esperienza musicale.
L’inizio del brano è volutamente caotico. Suoni della natura, rumori, improvvise esplosioni strumentali e cambi di ritmo evocano una mente ancora confusa, immersa nel disordine del mondo. Poi, lentamente, la musica trova un equilibrio. La voce di Jon Anderson si fa più luminosa, le tastiere di Rick Wakeman e la chitarra di Steve Howe costruiscono paesaggi sonori che sembrano accompagnare l’ascoltatore verso una dimensione più contemplativa. È come se il protagonista della storia, dopo aver attraversato il caos, iniziasse finalmente a riconoscere il proprio posto nell’universo.
Più che raccontare Siddhartha, gli Yes ne traducono l’essenza. Non esiste una narrazione lineare, ma una successione di immagini simboliche: il fiume, la luce, il cielo, il volo, il cambiamento. Sono gli stessi elementi che attraversano il romanzo di Hesse e che diventano il linguaggio poetico di Jon Anderson.
In questo senso, Close to the Edge rappresenta una delle espressioni più alte del progressive rock: una musica che non cerca il singolo di successo, ma un dialogo con la filosofia, la spiritualità e la letteratura. Ogni passaggio musicale invita l’ascoltatore a rallentare, a osservare e a lasciarsi trasformare, proprio come accade leggendo le pagine di Siddhartha.
A più di cinquant’anni dalla sua pubblicazione, Close to the Edge continua a parlare a chi cerca nella musica qualcosa di più dell’intrattenimento. È un disco che pone domande invece di offrire risposte, che invita al viaggio invece di indicare una destinazione. Come scrive Hesse, «la saggezza non si può trasmettere»: può solo essere scoperta. Gli Yes hanno scelto di raccontare quella scoperta con chitarre, sintetizzatori e armonie vocali, trasformando un capolavoro della letteratura in una delle esperienze più profonde della storia del rock.